DONA ORA

 

Scadenza: 31 dicembre 2018

Ogni anno cinque studentesse e/o studenti che richiedono protezione internazionale hanno la possibilità di frequentare i corsi dell’Università di Trento gratuitamente.

Una volta verificati i requisiti di merito previsti per l’inserimento nel programma avranno la possibilità anche di godere di vitto e alloggio gratuiti messi a disposizione dall’Opera Universitaria in accordo con l’Università.

Ma tutto ciò ancora non basta

Anche con un piccolo importo puoi permettere ad un ragazzo o ad una ragazza di raggiungere un livello minimo di autosufficienza e riacquistare quella dignità che gli è stata rubata nel proprio paese di origine.

Obiettivo di raccolta fondi 5.000 € 

Leggi le storie di Adèle e di Pablo.
(i ragazzi e le ragazze che aderiscono a questo programma sono a rischio persecuzione, per questo motivo non esponiamo i loro volti e adottiamo dei nomi di fantasia).

La storia di Adèle

Mi chiamo Adèle e ho lasciato il Camerun per motivi politici, problemi che iniziarono con l’attività politica di mio padre.
Il partito al potere modificò la Costituzione a proprio favore per rimanere sempre al potere e non dare l'opportunità ad altri di governare. Fu una questione di dittatura: questo partito è ancora oggi al potere da 35 anni.
Mio padre cambiò partito, affiliandosi ad uno dei partiti di opposizione e divenendo il rappresentante di opposizione nella nostra città. Nel 2008, nella capitale politica Yaoundé, ci furono degli scontri tra il partito al potere e l’opposizione. In quell’occasione venni arrestata insieme a mio padre. Inizialmente pensammo che le manifestazioni sarebbero state pacifiche, perché annunciate regolarmente con un preavviso. Ma quando arrivammo nella capitale, e iniziammo a muoverci in corteo insieme ad altre persone, arrivò la polizia che buttava le persone nelle macchine, così presero anche mio padre e da quella volta non lo rividi mai più. Arrestarono anche me e mi portarono al commissariato: eravamo in tanti, ci collocarono in una sala e poi cominciarono a chiederci perché avessimo partecipato a quella manifestazione. Ero minorenne all’epoca. I poliziotti, dopo averci violentate sessualmente, decisero di lasciare andare i bambini e le donne incinte. 
Quando mi rilasciarono, tornai nella mia città e lì venni a sapere che mio padre era stato ucciso. La nostra casa era vuota e in disordine, ci era entrato qualcuno. Per me sarebbe stato meglio allontanarmi dalla città almeno per il periodo delle manifestazioni. 
Fui ospite di una signora nella città vicina e lì mi resi conto di essere incinta. Non avrei potuto fare niente non avevo nessuna informazione sugli altri membri della mia famiglia. Fui costretta a raccontare la mia storia a quella donna, lei mi aiutò fino al parto. Una volta partorito provai a rientrare nella mia città pensando che siccome ora  avevo un figlio nessun mi avrebbe fatto del male. Mi presentai in Prefettura per avere delle informazioni sulla morte di mio padre e lì mi chiesero di andare in Gendarmeria. Quando arrivai mi minacciarono e mi dissero che avrei dovevo smettere di cercare delle spiegazioni altrimenti avrei fatto la sua stessa fine.
Li supplicai di darmi almeno il certificato di morte di mio padre per poter avere accesso all'eredità e dare qualcosa a mio figlio. Dissero che non ci sarebbe stato niente per me perché mio padre aveva abbandonato il ''vero partito politico'' per quello sbagliato e per questo lo Stato si sarebbe impossessato di tutti i sui beni. Mi dissero che non avevo diritti, perché chiunque abbia legami con il partito di opposizione non ha diritti. A quel punto, senza alcun diritto e costantemente perseguitati dalle autorità, ne io ne il mio neonato eravamo, ne saremmo stati, più liberi.
Dopo questi eventi decisi di trasferirmi in Gabon, il Paese vicino, dove si parla la stessa lingua, il francese: abbiamo addirittura anche alcuni dialetti in comune. Al di là di questo, decisi di andare lì soprattutto perché in quel periodo di violenza e disordine il Gabon dava accoglienza ai camerunensi. 
Rimanemmo 4 anni lì. Mio figlio venne affidato ad una famiglia. Prima dell’inizio delle manifestazioni avevo già conseguito il diploma di maturità e avrei voluto proseguire gli studi. Questo mi avrebbe fatta rinascere e mi avrebbe consentito di proseguire nella realizzazione dei miei sogni. Ma gli scontri iniziarono anche in Gabon, così pensai di ritornate in Camerun, dove la situazione sembrava essersi un po’calmata. Credevo fosse la cosa migliore stando così le cose e che in Camerun al tempo avrei potuto vivere liberamente.
Una volta in Camerun, però, venni cacciata dalla mia città e mi venne negato il diritto agli studi, perché mi rifiutarono l’accesso all’Università. Ancora una volta, senza libertà e senza diritti vivevo come se fossi rinchiusa in carcere. Provai ad immigrare come rifugiata in Canada perché ci sono delle Convenzioni fra il Camerun ed il Canada, ma mi rifiutarono il visto. Venni maltrattata mentre andavo a chiedere delle informazioni in alcuni uffici: denunciare non avrebbe portato a nulla perché erano tutti in accordo, contro di me. Non potevo andare negli uffici, non potevo reclamare niente, non potevo interagire con altre persone, ero isolata e perseguita solo perché mio padre quando era in vita lasciò il Partito al potere. La mia vita era in pericolo. Decisi di lasciare definitivamente il Paese.
Nel 2014 scappai in Tunisia nella speranza di poter studiare e fare una vita normale. Lì provai a fare la domanda di asilo politico, ma mi dissero che i miei problemi non ne erano degni e che mi avrebbero fatta rimpatriare.
A questo punto con persone provenienti anche da altri Paesi decidemmo di andare in Libia anche se era un grande rischio per le nostre vite: attraversammo il deserto ed in seguito intraprendemmo il viaggio in barca. Il mio obiettivo era quello di arrivare in uno Stato che rispettasse veramente i diritti dell'uomo, l’alternativa sarebbe stata morire perché ritornando nel mio Paese sarei stata una persona morta. 
Grazie a Dio sono arrivata in Italia sana e salva. Qui ho avuto l'accoglienza per cui non smetterò mai di ringraziare le persone e le Istituzioni che mi hanno dato una mano, le persone ancora mi sostengono, che credono in me e rendono possibile la mia integrazione attraverso il Progetto di accoglienza all’Università di richiedenti asilo politico, il progetto dell’Università di Trento che mi sta permettendo di studiare, di proseguire i miei studi universitari, nella coscienza che mi è stata tolta questa opportunità nel mio Paese. Grazie.

La storia di Pablo

Mi chiamo Pablo, ho 24 anni e vengo dal Venezuela. Sono in Italia dal 2016. Fino a quel momento, dal febbraio del 2014 ero uno studente di giurisprudenza attivista del partito politico "Primero Justicia", il principale partito di opposizione al regime di Nicolas Maduro, motivo per cui nei due anni precedenti sono stato perseguitato per le mie idee politiche contrarie al governo. Le manifestazioni, che ho portato avanti in diversi comuni, erano pacifiche e legittimate dall’art. 350 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che autorizza il popolo venezuelano a “rifiutare qualunque regime, legislazione o autorità che sia contraria ai valori, principi e garanzie democratiche o diminuisca i diritti umani”. Le proteste erano volte contro l'inflazione, la delinquenza e la scarsità di prodotti di prima necessità. Sono stato trattenuto illegittimamente per tre volte dalla Polizia di Stato e più volte minacciato direttamente di morte dalle forze del regime, dai suoi sostenitori e politici. Mi hanno picchiato, torturato, tenuto per giorni in isolamento senza cibo ne acqua. Tutte e tre le volte in assenza di capi di imputazione andando contro al principio dell'habeas corpus. Tutte e tre le volte mi hanno negato il mio diritto alla difesa, non mi permettevano di incontrare un avvocato ne tanto meno i miei famigliari. Una volta fuori mi riconoscevano per strada e mi minacciavano, aspettando di trovare me ed i miei compagni singolarmente per farci fuori. Le forze armate del Venezuela godono di immunità: se ti uccidono, non ne devono rispondere, è come se tutti, ad eccezione di loro, fossero carne da macello. 
Ho lasciato la Facoltà di Giurisprudenza e ho provato ad allontanarmi dalla militanza, ma non ero cosciente che oramai sapessero tutto di me e della mia famiglia. Era inutile, avremmo pagato tutti le conseguenze per via del mio attivismo con l’opposizione. Mi sono immatricolato ad Ingegneria Civile alla National Experimental University of the Armed Forces ma sono stato espulso per il mio precedente attivismo, seppur come motivo ufficiale compaia una violazione del codice etico dell’Università, senza alcuna spiegazione. Mia madre, che lavorava come dirigente di una scuola elementare, è stata licenziata con esplicita motivazione per avere votato il partito di opposizione e avere sostenuto suo figlio e le sue idee contro il governo. Inoltre, la mia famiglia, come tutte quelle che erano conosciute per essersi opposte al regime, era stata privata dei benefici e delle facilitazioni previste per tutti i cittadini venezuelani non in grado di autosostenersi: ci è stato negato il diritto a ricevere gli alimenti ed altri beni di prima necessità. Gli aiuti statali previsti per le famiglie bisognose sono gestiti e controllati dalle forze del governo, le quali le deviavano dalla nostra casa, come anche da altre famiglie identificate come opposte al regime. La popolazione si sta scontrando anche nella lotta per il cibo: c’è scarsità di alimentari e di beni di prima necessità, così per riuscire a sopravvivere, l’unica alternativa, per chi riesce a racimolare qualche soldo, è comprarli sul mercato nero a prezzi altissimi ed inaccessibili ai più. Mi è stato anche negato il diritto alla salute: nel giocare a calcio con i miei amici mi sono fatto male e necessitavo di essere visitato d’urgenza; mi hanno portato in una clinica vicina e il medico mi ha esplicitamente detto che loro non davano assistenza agli oppositori. Ho interrotto la mia attività politica e cambiato diverse città ma gli effetti di questa continuavano a ripercuotersi sulla mia famiglia e la mia vita, e di conseguenza la loro, erano costantemente in pericolo. L’unica soluzione per garantirmi la salvezza era lasciare il paese: il governo non ostacola infatti l’uscita degli oppositori fuori dai confini del Venezuela. Sono atterrato in Italia regolarmente con il mio passaporto e sono stato ospitato per un periodo da una famiglia di amici venezuelani situata in Trentino. Mi hanno aiutato a conoscere le regole e le leggi di questo Paese ed i miei diritti in quanto cittadino straniero in cerca di rifugio nella Repubblica Italiana. Desidero fortemente essere accolto in questo Paese, poter finalmente vedere i miei diritti fondamentali rispettati e non vivere più nella paura di perdere la mia vita a causa della mia opinione politica. Spero mi riconoscano lo status di rifugiato politico, perché voglio vivere in un mondo dignitoso, come meriterebbe ogni essere umano.

 

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